Se è vero, come dice Enzo Mari, che “progettare corrisponde a una pulsione profonda dell’uomo, come l’istinto di sopravvivenza, la fame, il sesso”, allora il design autoprodotto è nato insieme con l’uomo: rappresentando, per secoli, uno dei pochi modi conosciuti con cui trasmettere il proprio sapere.
Poi è arrivata l’industria, la produzione in serie, gli stampi, i negozi, i franchising e il marketing e il design è diventato pop. A volte mitizzato, altre criticato.
Parlare di design autoprodotto oggi consente di andare a sondare il terreno del design nelle sue accezioni originarie. Ma i tempi sono cambiati e definirne un territorio preciso non è semplice. Cosa lo contraddistingue? Chi è il designer che si auto produce? Di quali significati è portatore?
Muovendoci come cartografi, andremo alla ricerca dei confini del design autoprodotto, certi che una misura definitiva non esista. Perché “gli oggetti sono un veicolo di storie, una storia incompiuta che ciascuno può completare a suo piacimento.” (Liliana Ovalle)